Intenti del regista

AL DIO IGNOTO

L’elaborazione di un lutto è sempre stato un problema complesso, a volte lenito dalla fede religiosa a volte dalla psicoterapia, altre dal caso, spesso vissuto come un male con il quale bisogna convivere. La sensazione straniante è che quelli che se ne sono andati siano entrati in un grande mistero a noi negato, oltre una porta chiusa ermeticamente, come quelle segnate nel marmo dal Canova per le tombe regali.

Chi resta, convinto infondo del privilegio dell’esistere, si dispera per aver perduto i propri congiunti e si sente solo e abbandonato in questa valle di lacrime. Credo che i tempi siano maturi per modificare questo standard culturale.
“Al Dio Ignoto” è un film nato come esito, a lungo metabolizzato, di una mia frequentazione professionale, come regista, quindici anni or sono, presso l’Hospice delle Ancelle della Carità di Brescia, luogo dove ho potuto vedere ciò che il mio film racconterà.
Lì conobbi il Dottor Zaninetta, che ha accolto con entusiasmo la lettura della sceneggiatura per questo lavoro, fortificando il senso della ricerca che avevo iniziato grazie a lui. Vorrei riferire un episodio per focalizzare qual è intenzione profonda di quest’opera:
Una delle cose più toccanti e impressionanti della morte di mio padre, fu quando andai all’obitorio per salutarlo, mi chinai sul suo corpo appoggiando le labbra sulla sua fronte e sentii che era gelida; questo è stato un elemento sensoriale pesante e traumatico, perchè qualcosa era cambiato in modo irreversibile, quel freddo era entrato in me, occupando gran parte della mia memoria.
Dopo qualche mese invitai in Italia una danzatrice sudafricana Mamela Nyamza per tenere un corso proprio sul tema della morte e con Lei, donna dell’etnia xhosa, di profonda cultura thanatologica legata alla convivenza con gli avi, ho potuto rincontrare mio padre in questo modo: eravamo seduti sull’erba, al sole e lei ci chiese di pensare intensamente ad un nostro caro defunto. Io andai a trovare mio padre nella situazione più o meno descritta in precedenza, ma questa volta quando toccai la sua fronte, era calda, il sole stava battendo sul mio corpo e in quel momento il mio corpo era il suo, sentivo che stavo percorrendo un sentiero nuovo.
Non voglio presentare soluzioni o ricette valide per tutti ma semplicemente indicare ai miei simili, soprattutto coloro che devono “elaborare” un lutto, la possibilità di intensificare il livello di percezione semplicemente soffermandosi sulle “cose” del quotidiano, dove si dispiega ad ogni istante, la complessità dell’Essere e dell’Esserci e dove ci vengono spontaneamente incontro le agognate risposte nelle forme e nei modi più semplici e inaspettati.
Ho raccontato l’episodio di mio padre e potrei raccontarne altri.
In questo film, come del resto nell’idea che mi sono fatto osservando i morenti e il morire, il confine tra la vita e la morte non è preciso e non è deciso. Nessun scienziato, gnostico, sacerdote o medium potrà mai essere abbastanza convincente dal persuadermi di avere le prove dell’esistenza dell’aldilà o al contrario di averle per la sua inesistenza. Non è questa la natura dei fenomeni che interessa chi deve elaborare un lutto.
C’è qualcosa nell’aria che permea la “stazione degli addii” e che compenetra i diversi “mondi” ad ogni istante della vita. “Al Dio Ignoto” quindi, tratta la morte non come reminescenza o cupa prospettiva, ma come un qui ed ora.
Cosa resta di una persona? Il ricordo? Certamente sì, ma ciò che perdura è la Presenza dentro di Noi che non è soltanto memoria , ma è qualcos’altro. Ecco “Al Dio Ignoto” parla di questo “qualcos’altro”.
Mi viene in aiuto anche un’altra testimonianza autorevole a riguardo, che è quella di mia figlia Carlotta, di sei anni, che mi spiega in modo semplice e chiaro come stanno le cose: “Sai qual’è la differenza tra gli occhi nostri e quelli dei morti? …I morti possono guardarci ovunque noi siamo, anche al chiuso, quando siamo soli in una stanza, perchè loro hanno degli “occhi speciali” che possono vedere solo chi amano”.
La vita concede una lunga preparazione alla morte che dura sin dalla prima infanzia quando per la prima volta si affaccia tra i pensieri l’idea che la mamma e il papà moriranno. In quel momento la società si chiude in una repentina rimozione sostenendo addirittura, per difendersi, la tesi dell’immortalità : “ Ma no, cosa dici, papà e mamma non moriranno mai!” Si nega così la possibilità alla persona coinvolta nel massimo quesito esistenziale di crescere consapevolmente.
Mia madre, che ha compiuto 85 anni mi dice: “ho capito che non si muore in un istante ma ogni giorno un pochino… ci sono cose che ero solita fare tutti i giorni alle quali oggi posso rinunciare… non sento la fine ma l’approssimarsi di un altro modo di essere.
E’ evidente che la nostra civiltà occidentale, ormai così estesa, eppure primitiva nella sua tardo-modernità, non ha mai troppa voglia di affrontare l’avvicinarsi della fine, ma è anche vero il contrario, per esempio è stato finalmente sancito, anche a termini di legge, il carico dei Servizi per l’accompagnamento dovuto al morente, in alternativa all’abbandono ad un destino di dolore fisico e morale. Sono ri-nate così, le antiche Cure Palliative, per ridare senso e dignità alla vita del malato, le quali non hanno lo scopo di guarire, ma di seguire con amorevolezza il paziente fino alla fine dei suoi giorni.
Qui interviene, a scapito delle religioni consolatorie o del nichilismo materialista, il pensiero di questo film che mostra la complessità del quotidiano, del “con-tempo”, dell’interazione tra Vita e Morte, “in un continuo travasarsi da una parte all’altra senza un margine preciso”. Nell’Hic et Nunc, la morte non è antica memoria di un’esistenza trascorsa o la fine di tutto, ma dimensione in perenne attuazione compresente alla vita.

Resta comunque inalterato il senso di smarrimento di fronte alla Morte, al mistero insoluto della Vita. A me basterebbe che questo film desse un poco di sostegno a chi deve affrontare un lutto, nel senso che parlarne comunque ci fa sentire meno soli, ci fa sentire parte di una comunità che s’interroga attraverso lo strumento più alto di cui l’Uomo disponga che è la Poesia.