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In occasione della preparazione al film “Al Dio Ignoto” da un paio d’anni a questa parte, l’Associazione Kineo propone, nell’ottica di una sensibilizzazione sull’importanza della Cura (e Palliative Care) per i bambini colpiti da malattie gravi, un monologo teatrale dal titolo “22”.

«A mia figlia ho dovuto dirlo io, perché non sapevano se dirlo, non dirlo. Ho pensato che piuttosto che venire a saperlo dagli altri avrei dovuto dirglielo io, come mamma e come medico. Così le ho detto: Susi tu hai la leucemia, acuta. Lei si è messa a piangere e mi ha detto: va bene mamma, non importa, l’importante è guarire. E questo è stato lo spirito con cui ha affrontato la sua malattia».

Commuove l’attrice Laura Pellicciari durante il monologo “22”, regia di Rodolfo Bisatti. E’ il racconto vero, recitato in prima persona, della mamma medico che scopre la malattia della figlia, l’accompagna lungo il calvario delle cure fino alla morte, a 16 anni. E’ un “incontro teatrale” che non si dimentica, reso in modo crudo, dolce, realistico e appassionante. Laura Pellicciari ci costringe ad ascoltare, riflettere e stare insieme. Signora Pellicciari, è possibile rendere teatralmente un dolore così grande? «Più che di immedesimarsi il tentativo è di rispecchiarsi. Quindi tento di riprodurre, di far accadere la scena in quel momento, come se fosse sempre la prima volta. Da dieci anni lavoro con il regista Rodolfo Bisatti. La nostra è una ricerca, nell’ambito della comunicazione, di un linguaggio di testimonianza». Da quanto recita “22”? «Da quasi tre anni lo porto dentro e da due lo portiamo a teatro. Credo che sia uno strumento per affrontare questioni che solitamente vengono rimosse, la morte di una figlia innanzitutto, ma ci sono anche altre cose che emergono da questa testimonianza». Quali? «Credo che la cosa più significativa e bella sia il momento conclusivo della rappresentazione, quella del confronto con il pubblico. E’ il momento catartico, di purificazione interiore per superare il dolore. Altrimenti resterebbe un dolore condiviso, ma senza l’opportunità di elaborarlo. Quindi il rapporto empatico con il pubblico, con la gente presente in sala, è sempre l’aspetto più forte». Il passaggio più difficile? «L’ingresso è sempre il momento più duro perché si parte dai “segni”. Per Susi si parte dal 22, il suo giorno di nascita, la sua maglietta di pallavolo. I “segni” sono la nostra relazione con chi non c’è più; non è memoria o ricordo, ma una dimensione presente, spirituale, non necessariamente religiosa». In altre parole? «Se poniamo la giusta attenzione al quotidiano incontriamo le risposte che ci consentono di “vivere l’invivibile”. Per esempio, se prendo il treno per venire a Milano e ho il posto 22 e non ci faccio caso, non cambia nulla. Ma se me ne accorgo, significa che non sono sola, che sono “accompagnata”». Lei ha due figli, in “22” c’è un confine tra attrice e madre? «E’ stata una prova molto dura. La concentrazione prima di andare in scena è fondamentale, penso a Susi come mamma. Nei primi tempi di recitazione di “22” abbracciavo i miei figli con un’intensità particolare. La morte “parla” ai vivi e il messaggio di Susi è anche di non attendere la tragedia per vivere intensamente gli affetti».

Il monologo “22” fa parte di un progetto più ampio. «Con il regista Bisatti stiamo lavorando alle realizzazione di un film per la sala che s’intitola “Al Dio Ignoto” e il monologo “22” è un pezzo di questo film che tenta di “rimuovere” il silenzio nei confronti del dolore prima e dopo la morte, senza ostentare il declino del corpo, che ovviamente esiste, ma non è il fulcro della questione. Quando ho fatto l’esperienza in hospice, che cura i malati inguaribili, accompagnata da un’infermiera professionale, mi ricordo che entravo nelle stanze dei pazienti e li vedevo giovani, perché vivevano il loro tempo, quello che gli restava, con dignità, consapevoli del valore di “quel” tempo. Nella vita di tutti i giorni il tempo spesso ci scivola via, facciamo una cosa e pensiamo ad altro, raramente riconosciamo al presente il valore che merita. Vorremmo rivolgere un ringraziamento particolare a questa mamma e a Susi, che non abbiamo mai conosciuto in vita ma che ci sta accompagnando amorevolmente e pazientemente verso la concretizzazione di questo progetto». ( Liberamente tratto da un’intervista realizzata da Lieto Sartori) Questo monologo interpretato da Laura Pellicciari sarà a Milano, Assago, Cassina de’ Pecchi, Buccinasco, Carpiano, Trezzano sul Naviglio e ancora Milano dal 25 al 30 Novembre 2017 un incontro teatrale a ingresso libero, realizzato con il Contributo della Fondazione Cariplo, e sarà seguito da un incontro con il pubblico dove interverranno esperti nel campo della medicina, della bioetica e della comunicazione. Il 28 a Carpiano, per esempio, il dialogo con il pubblico sarà condotto dal Dott. Momcilo Jankovic eminente emato oncologo e pediatra che ha curato migliaia di piccoli malati di leucemia. Daremo nei prossimi giorni annuncio preciso del calendario, dei Partner e degli ospiti invitati. La pièce è già stata rappresentata: al Teatro1 di San Giovanni in Laterano e al Teatro Belli a Roma. Al teatro Bixio di Vicenza. Nei giardini della Clinica Martinsbrunn di Merano. A Villa Angaran San Giuseppe a Bassano del Grappa. Presso Santa Maria Gualtieri a Pavia e al Santuario di Oropa – Biella. Durante gli eventi sono intervenuti: medici, bioeticisti, filosofi, infermieri, personalità della cultura e dello spettacolo e molte associazioni e fondazioni. Ricordiamo: Elena Castelli (Fondazione Maruzza Lefebrvre), Giuseppe Casale (Antea), Italo Penco presidente della SICP (Fondazione Roma Hospice), Lorenza Saini (Fondazione Procacci), Lorenzo Canova (Agenzia di Coesione), Marco Spizzichino (Ministero della Sanità), Francesca Bordin (Antea), Mario Brenta (regista), Paolo Bonacelli (attore), don Ampelio Crema (San Paolo) dott. Giò Batta Gottardi, Viola Erdini (Fondo Tempia) Marina Sozzi (Associazione Infine), Giada Lonati (Fondazione Vidas), Lieto Sartori (Associazione Sartori), Paola Abelli (Fondazione Maugeri) e molti altri.